Il convegno sui LSS in Toscana

conservazione liquidiLo scorso 23 gennaio si è tenuto presso l’Auditorium dell’Istituto Rassel Newton di Scandicci il Convegno sui LSS, i Laboratori del Sapere Scientifico di cui si trova traccia nel sito del Comune di Scandicci oppure sul sito di Educard.
Questa importante iniziativa è scaturita proprio dal lavoro fatto tra gli anni ’80 e ’90 nelle scuole dell’infanzia del Comune di Scandicci, dove le insegnanti hanno portato a compimento una sperimentazione sull’educazione scientifica per i bambini dai 3 ai 6 anni. Da questa sperimentazione è scaturito un modello di attività educativa di tipo scientifico che senza troppa falsa modestia definirei all’avanguardia.
La promotrice di tale svolta e delle iniziative da essa scaturite, Gigliola Sbordoni, ha permesso con la sua lungimiranza un notevole progresso nel campo dell’educazione scientifica nella scuola, dilatando i progetti che hanno finito per coinvolgere in questa riflessione tutti i livelli di istruzione.
Purtroppo, come spesso accade, nessuno è profeta in patria e questo nuovo modo di avvicinarsi all’educazione scientifica nella scuola dell’infanzia ( e oltre n.d.r.) ha incontrato spesso resistenze proprio sul nostro territorio. Tali resistenze, che ancor oggi si presentano, sono motivate dal fatto “la scienza è roba per ragazzi o adulti, e non per bimbi così piccoli”.
Il nostro Mentore nonchè aggiornatore, il Professor Carlo Bernardini, scienziato egli stesso, ha fatto una grossa battaglia, assieme a noi insegnanti, per rimuovere i pregiudizi degli adulti educatori e chiarire quanto sia possibile anzi auspicabile un importante lavoro sulla scientificità “non specifica”, di fatto già presente nelle conoscenze tacite dei bambini.
A conferma di quanto fosse possibile proporre ai piccoli argomenti scientifici,auspicava un approccio meno “pedagoghese” e più disponibile alla novità, con un tasso minore di “maestre”.
In una edizione trascorsa del Convegno sui LSS, ho avuto modo di spiegare il mio pensiero che qui di seguito desidero accennare.
Ma ci sono documenti sottoposti al MIUR che esplicitano ancor meglio il pensiero che sta sotto al cosiddetto Metodo Scandicci e cioè che i bambini sono scienziati dalla nascita perchè come gli scienziati sono curiosi, si pongono domande alle quali cercano una risposta creativa, non temono i giudizi e i pregiudizi, e sono disposti a rivedere la loro opinione se incontrano ipotesi più credibili.
Tanto è stato fatto al riguardo ma ancora tanto rimane da fare, per vincere pregiudizi e malintesi ma soprattutto per socializzare le esperienze, in modo da non avere più sul territorio nazionale una qualità dei servizi educativi a macchia di leopardo.

 

progetto carrello fatto dai bimbiSeminario “I laboratori del sapere scientifico nella Scuola dell’Autonomia”
Workshop tematici – gruppo 1 – 1° ciclo
“Il laboratorio del sapere scientifico…: progettazione curricolare e realizzazione didattica”
Intervento:
Mi chiamo Daniela Sgobino e sono insegnante di scuola dell’infanzia nel comune di Scandicci.
Come si vede anche dal colore dei capelli, sono una veterana e ho fatto parte del gruppo di lavoro che ha collaborato a suo tempo col Professor Carlo Bernardini, proprio all’inizio del progetto di Educazione Scientifica che ha introdotto, come si è detto anche stamattina, il grande lavoro della Regione Toscana sull’argomento.
Parlo per la mia esperienza d’insegnante nella scuola dell’infanzia, e com’è emerso da più parti, posso confermare che la formazione per me e le mie colleghe si è rivelata fondamentale: infatti la costruzione di presupposti teorici descrive la cornice di intervento educativo-didattico entro la quale siamo più o meno certi di non combinare guai. E’ vero che siamo tutte abbastanza in difficoltà rispetto ai contenuti scientifici che, per i nostri trascorsi scolastici, non padroneggiamo abbastanza, tuttavia la formazione ci impegna a definire obiettivi condivisi dell’apprendimento dei bambini che ci danno la misura delle cose da fare. Le insegnanti, come giustamente è stato detto in precedenza, non sono onniscienti (guai se ci ritenessimo tali!) e quindi è necessario fare cose a misura di bambino, per non inoltrarsi in progetti di difficile gestione. Le cose a misura di bambino però nascono dai bambini stessi che con le loro domande ci indicano i loro interessi e le loro potenzialità.
E’ proprio la curiosità dei bambini che dà l’imput alla costruzione di percorsi didattici molto coinvolgenti, proprio perché nati dalle loro domande e, fattore determinante, legati al loro vissuto quotidiano che rende le esperienze interessanti.
Può capitare così che mi trovi a parlare con i bambini di bagnetto nella vasca e da lì parlare di acqua, di galleggiamento, per poi trovarmi in un museo a scoprire com’è fatta una balena di 25 metri e quindi misurarla con un filo di lana rosso; portare a scuola il “filo della balena” per scoprire con i bambini che il salone della scuola è lungo una balena o che il perimetro della recinzione è lungo 2 balene e mezzo.
Come pure può capitare di vedere una “chiazza luminosa” sul soffitto della sezione, all’ora di pranzo e comprendere, passo dopo passo, che non è l’insegnante a produrla né la seggiolina immediatamente sottostante e neppure il lampadario sovrastante perché spento, ma in un gioco d’ipotesi e verifiche continue, arrivare a scoprire che il sole illumina una bottiglia di acqua, com’è
descritto nel libretto La traccia di un’innovazione, allegato in cartellina.
L’osservazione del fenomeno, la discussione conseguente, la formulazione d’ipotesi e la loro verifica immediata per rilanciare nuove idee condivise, è il modo per sviluppare l’interesse, evitando quindi il rifiuto, verso contenuti di tipo scientifico.
Abbiamo evidenziato quanto sia grande la curiosità dei bambini, quanto si appassionino alle scoperte e alle discussioni condividendo con i compagni le proprie conoscenze, che in qualche modo hanno sin da piccoli.
Il bambino sul seggiolone che getta ripetutamente oggetti verso il pavimento sperimenta la forza di gravità, anche se non lo sa e così anche altre informazioni sono già presenti nel bambino, pur se in forma non elaborata. Questo patrimonio di conoscenze esistenti è ciò che va valorizzato, incrementato e ci consente di procedere nello sviluppo delle abilità di tipo scientifico dei bambini.
(scientificità non specifica).
Il grande lavoro di confronto di esperienze, di elaborazione d’ipotesi, di verifica, di dialogo tra i compagni, agisce su quella che Vygotskij definisce la zona prossimale di sviluppo, cioè l’area in cui il bambino non ha ancora raggiunto una competenza, ma vi è talmente vicino che l’aiuto di un compagno più grande può fargli guadagnare la competenza stessa.
In questa prospettiva il lavoro fatto aiuta tutti i bambini a trarre vantaggio dalla condivisione di esperienze che, proprio perché interdisciplinari e ad ampio respiro, è fondamentale si compiano sin dalla scuola dell’infanzia.