“La formazione degli insegnanti” di Carlo Bernardini

Ultimamente si fa un gran parlare di formazione soprattutto degli insegnanti che giocano un ruolo determinante nella realizzazione di

una scuola di qualità

ma circa l’idea di cosa effettivamente si tratti, di cosa ci sia realmente bisogno, non tutti hanno chiarezza di vedute. Ecco un brano tratto da un lavoro del Prof. Carlo Bernardini che ci fornisce l’occasione, anche se un po’ “forte”, per riflettere seriamente sull’argomento. La speranza è che questi pensieri possano far breccia in coloro che si occupano di cosa pubblica e soprattutto di scuola per un reale cambiamento, come tutti auspicano ma che nessuno ancora ha realizzato, se non a parole.

Il problema della carriera articolata e della retribuzione degli insegnanti.

La formazione iniziale e la formazione in servizio.

Di Carlo Bernardini

Come e perché si sceglie il mestiere di insegnante? Forse non è azzardato dire, come ho detto, che quasi nessun adolescente lo sceglie perché sente una vocazione o qualcosa di simile che lo induce a vedere uno o più settori culturali come campi d’esercizio di una interessante attività didattica. Per quanto ne so, le Facoltà di Lettere e Filosofia (FLF) e la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali (FSMFN) sono le principali fornitrici di docenti alla scuola secondaria.

Dovrei anche dire qualcosa sulle Facoltà di Scienze dell’Educazione e della Formazione, un vero caso di invenzioni socialmente pericolose, ma lo accennerò parlando soprattutto della importantissima scuola primaria, trattata come se non avesse bisogno di competenze didattiche se non generiche. Se ci limitiamo alle FLF e alle FSMFN, possiamo dire che la scelta di diventare insegnante è perlopiù una scelta “in mancanza di meglio”, dunque un punto di fuga per questi laureati rispetto ad altre prestigiose offerte del mondo del lavoro e questa è la radice di tutti i mali, dai bassi stipendi, all’emarginazione intellettuale, alla negligenza politica per il problema. Non è prevista specializzazione, né dottorato; sinora alcune Scuole di addestramento post-laurea hanno istradato, a pagamento, gli aspiranti (sono le famose SISS, ora abolite), ma il problema è sempre stato sottovalutato a livello ministeriale. Comunque, ciò che si prospetta a un futuro insegnante è una prova di ingresso, abilitazione o concorso (quando non intervenga un famigerato ope legis) che porta a una graduatoria a seguito del collocamento nella quale, ove ci siano posti disponibili in qualche sede del paese, il neo.prof viene messo alla guida di un certo numero di classi alle quali impartisce un insegnamento secondo programma. Di fatto, l’insegnante non potrà occuparsi dell’acquisizione di conoscenze ben introiettate dei suoi allievi ma dovrà seguire uno schema concordato centralmente che fissa nozioni ineludibili e attività standard di supporto.

La pratica si ripete anno dopo anno e l’innovazione didattica sperimentale è praticamente impossibile a causa della scansione temporale delle lezioni e degli altri obblighi nelle classi. Ovviamente, la natura e la qualità del dialogo nascono dal temperamento del docente, dalla sua capacità di comunicare e dal rapporto con il materiale di supporto(manuali e laboratori).

Di fatto, chi accede all’insegnamento nelle classi si vede consegnare le chiavi di uno o più locali in cui vengono radunati adolescenti che intratterrà secondo uno schema tacitamente convenuto; l’operazione si ripeterà per un certo numero di anni senza apprezzabili eventi evolutivi di origine collegiale (benché ogni scuola abbia un “corpo docente”) fino al conseguimento della pensione, con relativa liquidazione, entrambe peraltro commisurate a uno stipendio mensile modesto percepito, non sostanzialmente migliore di quello di un dipendente adibito a servizi di sportello o altri rapporti pubblici di servizio. Avvenimenti comuni nella vita degli insegnanti restano le eventuali agitazioni sindacali e di solidarietà a colleghi minacciati da cancellazioni di organico, nonché le trattative riguardanti le ferie e le interruzioni in relazione a particolari “accidenti” di calendario. Avvenimenti culturali di rilievo sono alquanto rari, anche se l’associazionismo degli insegnanti si adopera per produrre occasioni di discussione che toccano talvolta anche il merito della docenza e degli strumenti per porla in atto. L’intenzione di avere una carriera articolata a più livelli è solo raramente presa in considerazione, comunque scarsa.

Se mi è consentito indicare alcuni problemi che non vanno a buon fine e che sarebbe indispensabile ci andassero, voglio indicare per primo quello della “formazione in servizio”. Che masse di insegnanti si spostino nelle sedi universitarie più vicine per ascoltare conferenze di aggiornamento organizzate con dubbie finalità, sembra uno spreco di tempo e energie senza senso. Ogni scuola o consorzio di scuole confinanti dovrebbe avere un gruppo di “consulenti didattici” nella sede universitaria più vicina, disponibili e convocabili su temi di didattica disciplinare concordati, da discutere nella sede scolastica in occasioni concordate. Così, anche le scuole periferiche potrebbero accedere a un pacchetto di occasioni di “aggiornamento” su tematiche che presentano qualche riconosciuta difficoltà. La funzione di consulenza didattica potrebbe, prima o poi e in un nuovo ordinamento, passare a un docente di una scuola per i suoi meriti, riconosciuti con un cambiamento di posizione di carriera e corrispondente aumento di retribuzione,, anche ai fini del pensionamento. Dopotutto, un docente-formatore anziano, con buona esperienza, sarebbe una ricchezza per l’ambiente scolastico in cui vive. Potrebbe avere incombenze culturali nuove, nell’organizzazione di strutture-laboratorio e di aperture verso la popolazione.

Mi è difficile scrivere queste cose perché so, per esperienza, che sono al confine delle utopie. La verità è che, pur essendo una categoria chiave per lo sviluppo umano, gli insegnanti della scuola pubblica laica non hanno “questa” coscienza di sé. Bestemmiano sul loro ruolo determinante ignorandolo: considerano l’insegnamento come un qualsiasi altro lavoro “dipendente”, senza margini per eccellere, fatto per garantire un’occupazione e uno stipendio ma alla stregua di badanti di un gruppo di adolescenti di estrazione sociale assortita, sotto gli occhi di una dirigenza burocratizzata e priva di iniziative e di famiglie che badano soprattutto a che “si faccia quel che si è sempre fatto” o che, al contrario, intervengono con pretese estemporanee. Insomma, il mestiere è fortemente depresso e frustrato: ne emergono solo caratteri forti con intenzioni di ferro, ma l’eccezione non fa la qualità complessiva; è un’eccezione e basta. E ora è il momento di dire che per quanto riguarda la scuola primaria, che è il trampolino da cui ci si tuffa nella cultura contemporanea, una malagenìa di cosiddetti “studiosi” ha creduto bene di spingere sotto il tappeto le competenze disciplinari per mettere sul trono una buro-pedagogia che fa solo desiderare che queste “scienze dell’educazione e della formazione” vengano cancellate con un tratto di penna e inchiostro indelebile. Pensare che un minestrone di pensieri pedagogici astratti consenta di caricare di curiosità le menti infantili è al limite della pazzia. Che qualcuno chiuda questa Facoltà! I bambini, proprio perché non ingozzati di dottrine, nozioni e altri condizionamenti, sono i soli ricercatori vergini rimasti nel mondo sviluppato. Ma non c’è alcuna considerazione, alcun rispetto della loro naturale propensione a “capire”; devono “imparare”. Come le oche all’ingrasso….. La pedagogia non mette limiti.

L’insegnante è una figura dominante di qualsiasi adolescenza: questa è una responsabilità ma deve diventare un merito; un merito riconoscibile e riconosciuto, e poi premiato quando c’è, o eliminato quando non c’è. Se insegnare è un mestiere marginale e di ricasco, aspettiamoci che la società prima o poi ne subisca le conseguenze. Ma non sto invocando figure missionarie: è di competenze didattiche che sto parlando!

Ricapitolando: chi sceglie il mestiere di insegnante, generalmente lo fa “in mancanza di meglio” sul mercato del lavoro. Ciò non toglie che possa appassionarsi al suo mestiere cercando di elevarne la qualità; ma quasi sempre si trova in una posizione isolata perché le comunità scolastiche di docenti sono all’atto pratico additive assai più che associative. I “diritti” delle comunità non prendono le mosse da rivendicazioni riguardanti la qualità, da proposte nel merito dei contenuti; ma hanno tradizionalmente gestazione sindacale e toccano soprattutto le retribuzioni; non i ruoli e la carriera, non le libertà di una didattica con buoni margini di autonomia, non i titoli acquisiti sul lavoro, non la valutazione della struttura scolastica di cui si fa parte.

Insomma, la scuola è un crocevia di interessi eterogenei, con poca proiezione sul tessuto sociale circostante. L’attenzione che riceve dalla pubblica opinione è scarsa e infastidita, come se ogni iniziativa che riguarda la scuola turbasse il regolare svolgimento della vita quotidiana. Un recente esempio di questa diversa sensibilità pubblica può essere chiaro a chi ricorda lo scalpore provocato dai circa 5000 precari dell’Alitalia e la scarsa attenzione riservata ai 130.000 precari (su 200.000) della scuola mandati a casa dal ministro Gelmini.

Ci sono le condizioni per proporre qualcosa che migliori la situazione? Difficile dirlo. Ma bisogna provarci. Per i motivi già detti, è indispensabile che gli insegnanti abbiano una “rappresentanza” commisurata al loro numero e alla loro importanza. Una rappresentanza elettiva, non una tutela da parte di qualche casta autorevole come una corporazione accademica che, in realtà, ben poco li ha tutelati al momento in cui bisognava occuparsi della loro formazione (e poi, l’esperienza passata del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione non era davvero esaltante: ci vogliono rappresentanti che sappiano veramente cos’è una scuola e che cosa si può volere da essa; e non sarebbe male che il Presidente fosse il Capo dello Stato; magari intervenendo nelle occasioni più solenni).

Non vedo perché la Magistratura sia così importante da avere un organo di autogoverno, e così le Forze Armate, e la scuola no. Sarebbe questa la sede per ridefinire una carriera dinamica e non inerziale come l’attuale, nonché il luogo dove definire comparativamente le retribuzioni; ma anche e forse soprattutto, gli obiettivi di una didattica adatta ai tempi e al livello raggiunti dal paese. Il dirigente scolastico di ogni scuola dovrebbe avere la possibilità e i mezzi per organizzare attività culturali aperte a un pubblico più vasto degli studenti che frequentano l’istituto; e, in primo luogo, essere esentato da attività e responsabilità amministrative e di gestione del personale, dunque assecondato da funzionari specializzati in queste mansioni.

Laboratori, biblioteche e palestre dovrebbero essere adeguati alle esigenze didattiche e la loro frequentazione (anche fuori dall’orario scolastico e con adeguato personale di supporto), manutenzione e aggiornamento promossi come impegni primari di ogni buon istituto, specie nelle sedi periferiche disagiate. Insomma, tutte le anomalie che oggi vediamo essere la “quotidianità scolastica” e che distinguono la scuola da altri luoghi di lavoro dovrebbero gradatamente scomparire; non ha senso che la letteratura e gli spettacoli rappresentino stereotipi (umoristici o patetici) come quelli che leggiamo o vediamo al cinema e in televisione senza che questo provochi reazioni a favore di un più consapevolmente appassionante rapporto docenti-discenti.

Con tutta la pedagogia elaborata nei secoli, il rapporto tra generazioni adulte e generazioni emergenti sembra assolutamente irrisolto.

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